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In realtà dovrebbe essere quello della tolleranza, ma... 

Non riesco a tollerare più gli intolleranti. Per quanti sforzi faccia, trovo insopportabili coloro che, avendo raggiunto una consolidata meta, frutto di chissà quali sofferenze, cercano di criminalizzare, deridere, offendere chi non ha tutte le loro inrcrollabil certezze.

Più si è certi delle proprie convinzioni, più il cretino è dietro l'angolo. Ti apposta, ti analizza, ti vuole sua preda. Strumentalizza tutta l'infinita debolezza mascherata da augusta e granitica forza. 

Io sono lo specchio del vizio. Mi domina, ne sono posseduto, non me ne manca uno. Mi piace fare cose che mi danno piacere, sperimentare nuove attività che qualcun'altro ha intrapreso. Cerco, tuttavia, di analizzare i miei vizi in modo critico, applicando quello che si puà definire "il buon senso mica tanto buono".

Scorrendo i post su facebook, vedo una marea, una slavina di attacchi alla carne che, se mangiata, ti uccide, specie se è insaccata o salata. I Calabresi non dovrebbero esistere, con la loro nduja o i toscani col culatello. Il fumo uccide, l'alcol uccide, Anche le zucchine, se usate male, uccidono. La Coca Cola è un propellente per missili, i vaccini fanno venire l'autismo. Il sesso, poi, fa impazzire, come minimo.

Vorrei chiedere, umilmente, ai talebani anti vizio come cavolo (forse l'unica cosa che si può mangiare) dovrei campare. Aiutatemi, affogo nei miei piccoli piaceri. Vorrei essere come voi, con le vostre certezze, con le vostre carote crude, col sedano sporco di terra.

Mannaggia, mi sento triste solo al pensiero dei miei peperoni imbottiti. Salgono e scendono dallo stomaco, ma una punta di bicarbonato o Coca Cola mette a posto tutto, come un bicchiere di Aglianico. 

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Scrivevo qualche anno fa. Ma credo che poco sia cambiato.

Il titolo riprende una frase di Nicolas Negroponte. Le persone quando protestano per qualcosa di norma per rendere efficace, cioè misurabile, il loro dissenso, ci mettono i loro corpi, la loro faccia, cioè i loro atomi.

Le reti telematiche possono accelerare i processi di aggregazione, definendo scopi, luoghi e modalità: le informazioni corrono veloci ed economiche, essendo bit. Ma le azioni sono fatti tangibili, sono fatte di atomi.

Di cosa si parla quando si citano cose come "democrazia digitale", "social network", "blog"?


Democrazia digitale. L'avvento di internet ha reso potenzialmente economica la realizzazione di piattaforme su cui ognuno può dire la sua. Attenzione, ho detto economico, non semplice! Per realizzare concretamente tali piattaforme (efficaci, fruibili) è necessario avere competenze specifiche che portano alla creazione di nuove elites, i cosiddetti guru. Quindi economico per chi lo sa fare. C'è poi l'aspetto tecnologico che impatta con quello democratico: ogni portale, piattaforma, sito, ha un amministratore, che gode di privilegi assoluti. Può cancellare, "bannare", cioè indirizzre i contenuti come meglio ritiene. Può avere cioè sia un ruolo neutro, di regolazione e moderazione, sia pervasivo, con una ampia gamma di comportamenti intermedi tra questi due estremi.

Nell'oceano delle reti quindi è possibile qualsiasi forma di tipi di aggregazione, anche se, allo stato attuale, grande parte hanno i classici sistemi di broadcasting mutuati dai media tradizionali come giornali o televisioni: da uno a tutti, magari attenuati dalla possibilità di "rispondere", facendoli sembrare "interattivi". Ma c'è da dire che novità ci sono state, addirittura rivoluzionarie. I social network.

L'avvento dei social network è coinciso con un dato antropologico: il fatto che le giovani generazioni sono cresciute con l'informatica. I loro padri avevano già riempito le proprie case di computers e videogiochi. Nativi digitali. In più: gli anni novanta ed anche gli ottanta erano caratterizzati da riflusso ideologico e benessere anche se drogato. In questo contesto nasce facebook, che offre formidabili opportunità di aggregazione e comunicazione.

In esso chiunque può esprimersi, mostrare se stesso, dire la propria, sfogare le proprie passioni ed anche le proprie frustrazioni. Mi sembra quasi come quando si assiste alla partita di calcio della squadra per cui si tifa. davanti allo schermo con i pop corn, la birra, rutto libero. Fantozzi, cioè. I social network canalizzano la frustrazione, in qualche modo la attenuano nel loro essere un valium a basso costo. Avere la possibilità di sfogarsi è già mezzo calmarsi, cioè ammortizzare il dissenso o la rabbia.

In assenza, quindi, di cambiamento di fase, di passare cioè dai bit agli atomi, cosa faticosa perchè richiede di alzare le chiappe dalla sedia, uscire e confrontarsi de visu, cosa faticosa e per molti fonte di paura, le reti sociali sono un meccanismo sostanzialmente reazionario. Le reti sociali come amplificatrici degli ego repressi non portano ad alcun vantaggio collettivo, anzi danno luogo a nuove patologie collettive.

Caso di studio è il grillismo. Grillo ha un portale sostanzialmente monodirezionale in cui è accettato il persiero unico del proprietario. Viene bannato e deriso il dissenso. Però l'intelligenza di intercettare l'infelicità, il senso di inutilità delle nuove generazioni (e non solo nuove) gli ha permesso di avere un uditorio vastissimo ma sostanzialmente vacuo poichè fondato su atteggiamenti nevrotici e solipsitici. L'atto di genio è stato però quello di passare anche agli atomi: vediamoci nelle piazze. Ma il meccanismo è lo stesso del portale: io parlo, mi incazzo, dico parolacce (il rutto, la parolaccia sono liberatori!) e voi ascoltate e vi incazzate.

Ecco. L'aspetto nodale è proprio quello che il social network non ha portato a organizzare in modo razionale, cioè politico, la rabbia ed il dissenso, ha solo cambiato veste. Nel caso di grillo, solo un modo di farsi pubblicità. ma sull'infelicità e la nevrosi si fonda solo, dal punto di vista politico, uno stato autoritario e fascista.

P.S.: Per quanto concerne quelli che in modo controverso definiamo "nativi digitali", secondo me l'avvento delle piattaforme telematiche ha avuto un carattere dirompente dal punto di vista educativo. La scuola è stata riempita di pc senza che gli operatori fossero minimamente preparati sull'uso di queste tecnologie. Molto spesso le aule di informatica si trasformano  in un sostituto delle abitazioni anzichè in un luogo di crescita formativa. La bidimensionalità dello schermo diventa bidimensionalità della conoscenza: vasta ma sconnessa, senza ponti, collegamenti che "fuoriescono dallo schermo". I ragazzi hanno, ad esempio, difficoltà enormi nell'uso dei motori di ricerca, non dominando gli aspetti semantici delle loro conoscenze e quindi non sapendo "come" si cerca e cosa. Il grillismo pone quindi un tema enorme alla scuola, come ristrutturarsi rispetto alle sfide del futuro.

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Il Commissario Fabbri

«Nella stanza dove mi hanno condotto ho trovato una decina di poliziotti, tutti in borghese, ed in più Fabbri e, credo, forse Ciocia(due funzionari PS di Napoli dellasquadra politica. N.d.r.), ed uno che gli altri chiamavano “dottore” mi diceva che lui mi faceva “gettare il sangue e l’anima”. Mi hanno fatto prima sedere normalmente su una sedia, poi, mentre mi schiaffeggiavano abbondantemente mi chiedevano se conoscevo i due che erano con me sulla macchina, mi tiravano cazzotti, e mi chiedevano quale “azione” ero in procinto di fare, mi tiravano la barba e mi strappavano i capelli per sapere dove avevo dormito la notte. Mi hanno tirato i nervi del collo, spremuto il naso, colpito violentemente con i tagli delle mani sul collo, sulle spalle e sulla schiena, stringendo anche le manette (dopo avevo i polsi il doppio di come li avevo entrando in Questura). Mi hanno storto le dita, le braccia, i gomiti, i polsi…poi mi prendono e mi stendono su una sedia. Uno di loro mi afferra con una mano il piede e con l’altra la coscia destra e fa leva col suo ginocchio. Non riuscivo più a tenere la testa alta, allora il sangue saliva e vedevo da questa posizione la dentiera di Fabbri che si apriva in larghi sorrisi di compiacimento per i suoi assistenti che mi tiravano calci sotto la testa per farmela tenere sollevata da terra… Hanno cominciato poi a tirarmi cazzotti nello stomaco, colpi di punta sul fegato, e continuavano in quella posizione distesa a tirarmi i capelli e a schiaffeggiarmi».

Testimonianza di Alberto Buonoconto arrestato l’8 ottobre 1975.

Era un autentico caino.

Arrivò da Roma col compito specifico di mazziare il più possibile. Lo vedevi sempre in prima fila, in giacca e cravatta, elegante, con l’elmetto, il manganello e la pistola in bella vista. Sempre il primo a caricare e a menare.

Senonchè gli capitò divenire ad abitare a Napoli, ai Colli Aminei, nel parco la Pineta, con precisione in Largo delle Mimose 1, al sesto piano, interno 24. Sono così preciso perché all’interno 25 abitavo io.

Era un pianerottolo del tutto particolare. Al 23 abitava uno dei dirigenti dell’ospedale militare di Napoli. Quasi tutte le sere bussava alla porta di casa mia e ci veniva a trovare. Ripeteva ossessivamente a mamma: “Signora, avete quattro figli maschi, perché devono fare il servizio militare?” E non lo faceva per soldi, ma per buon vicinato. Ma non divaghiamo.

Incontravo quasi sempre il sabato mattina, per la strada, il commissario con la moglie. Bella donna, alta, bionda e lui invece più basso, tracagnotto e sempre in giacca e cravatta. Lei sempre davanti a lui di due o tre metri, lui con tre o quattro sacchetti della spesa stracarichi. Lei camminava leggera e svolazzante, lui ansimava sudando. Insomma era lo schiavetto. Ci incrociavamo, ci salutavamo, io non sapevo reprimere la mia espressione fatta di soddisfazione e sdegno (…ma guarda questo qui!....). Lui vistosamente aveva la vergogna scritta sul suo faccione. Dimenticavo di dire che la spesa la facevano a piedi alla Standa, distante trecento metri dalla casa. Anche lui subiva un seppur blanda forma di tortura.

Ma il lunedì era tutta un’altra storia.

Verso le 8,30-9 ci capitava di uscire assieme da casa. Dopo esserci cordialmente salutati ci davamo appuntamento, di norma, allo scalone dell’università. Lui da una parte, io dall’altra.

Un leggero sorriso, un accenno di saluto e poi di norma botte da orbi.

Secondo me la sua passione per le mazzate dipendeva essenzialmente da due fattori:

  1. Era un fascistoide, cazzo
  2. Era schiavizzato dalla moglie che sicuramente lo tradiva.

Mix micidiale per un coglione di stato

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  1. 1.La scienza dello scienziato pazzo.

“Plusvalore relativo.

Incremento di valore ottenuto attraverso un più intenso sfruttamento della forza-lavoro, senza tuttavia aumentare il numero delle ore di lavoro.
Ciò è possibile grazie all'introduzione di tecniche lavorative o innovazioni tecnologiche che permettono, a parità di ore lavorative, di aumentare il volume produttivo. In questo caso il maggior profitto dell'imprenditore è dato dall'aumento di produttività dei lavoratori, al quale non corrisponde un aumento dei salari.”

Alternavo al suono e alla fisica nucleare un’altra attività maso-politica: lo studio del Capitale. Avevo sciaguratamente (io, studente di fisica) scelto una tesi di ingegneria. Quindi abbandonai la sofisticata (ed un po’ snob) nuvola di ovattata astrazione tipica della mia facoltà per immergermi nel caos vitale e cosmopolita e transnazionale (Napoli, Campobasso, Ariano Irpino, Calitri eccetera) del Politecnico. Ogni sperduto paesello dell’Italia meridionale e della Grecia aveva un suo rappresentante.

Un bel giorno capitò da noi un tipo che veniva da Milano, credo si chiamasse De Filippis. Era un filosofo che apparteneva all’area intellettuale del MS. Non ricordo bene come avvenne, ma ci mettemmo a studiare gli aspetti relativi al concetto di plusvalore relativo, partendo da Marx e passando per Lenin e Stalin. Volevamo dimostrare che anche il lavoro intellettuale, nella società capitalistica, era inquadrabile in questa definizione. Quindi anche il lavoro, non solo dei tecnici, ma anche quello scientifico, non solo applicato ma anche di base. Basta cioè pensare per fare il gioco del padrone.

Se ci fate caso, non era una cosa del tutto campata in aria. In ultima analisi uno studioso di teoria delle stringhe cosmiche, nel nostro ordinamento sociale, attraverso una serie di passaggi intermedi non facilmente definibili, ma certamente esistenti, aiuta a fottere l’operaio di Pomigliano, in combutta con Marchionne.

Quando ci sentimmo sufficientemente preparati, organizzammo un seminario di approfondimento ideologico. Parteciparono molti studenti ed io e De Filippis illustrammo i risultati del nostro studio. Parlammo per ore ad una assemblea che man mano credo andò in trance. Nessuno credo capì nulla, neanche noi. Il seminario si chiamava:

“Neutralità della scienza: imbecillità o malafede?”

P.S.: credo che dopo questo seminario qualche sopravvissuto mi abbia soprannominato “lo scienziato pazzo” ( a ben vedere non aveva torto)

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