Ripensare i percorsi partendo dai fondamentali

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Luglio 2018

contributo per il confronto sulla costituzione di Leu

Chiunque voglia firmare il documento, perché ne condivide i contenuti, può farlo scrivendolo nei commenti.

Abbiamo appreso dai vari documenti prodotti e dal confronto di questi mesi che un gruppo ristretto di dirigenti sia disposto a fare tutto per la costruzione di una nuova sinistra, tranne quello che è necessario.

Ci stiamo chiedendo perché un progetto sconfitto, strutturalmente marginale, che non può incidere sugli effetti della crisi, dato il suo scarso peso nelle dinamiche politiche, che si è caratterizzato per notevoli errori compiuti dagli uomini che lo hanno portato avanti, tuttavia vada perseguito.

Un passo indietro -

- L'instabilità del capitalismo. Rischio, limite, incertezza e crisi -

Ci sono molteplici fattori che ci inducono a considerare che la fase storica che stiamo attraversando non abbia più i caratteri di una transizione, ma abbia assunto i caratteri di una vera e propria mutazione, che si delinea attraverso alcuni principali elementi (Laino):

- il grande ciclo di trasformazione dei fondamentali dell'economia e della produzione;

- la rottura di cornici novecentesche e un diffuso sentire di un nuovo disagio della civiltà;

- il passaggio dalla fine del colonialismo alle rivolte negli stati arabi del Nord Africa e cambiamento dei governi;

- l'aumento delle possibilità di spostamento di ampie masse di popolazione; la crescita

della mobilità e la riduzione della stanzialità e quindi della prossimità; prevalenza del flusso e del movimento sul luogo, sul radicamento;

- la progressiva emancipazione delle donne e trasformazione dei peso dei vincoli materiali e culturali nella riproduzione sociale;

- i cambiamenti pertinenti alla vita personale e alla riproduzione dei rapporti sociali;

- la precarietà, l'uomo flessibile, la diffusione del lavoro flessibile come esperienza di massa, soprattutto per alcune generazioni, con il portato dell'egemonia della temporaneità che tali esperienze inducono; si sfalda ”Il diamante del lavoro, che aveva tre facce che riflettevano luce a varia intensità, il lavoro salariato e normato, il lavoro autonomo e le professioni libere, si è scheggiato in una molteplicità di schegge dove più che le forme di cui si è al lavoro conta quanto si è nomadi lungo il ciclo produttivo e quanto si è multiattivi, cioè disponibili a più attività lungo l’arco della propria esistenza. Questo vale sia per chi è fuori nel ciclo della subfornitura, sia per chi è nel sottoscala del lavoro sommerso, che per i tanti al lavoro nella rete dei servizi” (Bonomi)

- l'incremento esponenziale del tasso di alfabetizzazione e dei livelli d’istruzione.

- l'innovazione nella ricerca biologica e biomedica e loro esiti nelle terapie;

- l'ampia e diffusa propensione in molti ambiti di ricerca verso il cambio di paradigmi e l'adozione assemblata, contaminata di diversi approcci;

- l'evidente cambiamento della concezione di pubblico.

 

Manca, inoltre, una vera idea di fondo sulla problematica ambientale. Eppure l'ambiente è essenziale nello sviluppo della nostra società. I cambiamenti climatici in atto modificheranno le abitudini di vita consolidate in tutto il globo. Le grandi migrazioni che oggi provengono dall'Africa e dal Medio Oriente, per la guerra e la miseria, sono un anticipo di un fenomeno che diventerà massiccio nei prossimi decenni per effetto dei processi di desertificazione e per la mancanza di acqua dolce, vera emergenza di questo secolo.

Mantenendo ferma questa osservazione di carattere generale, è possibile allo stesso tempo affermare che nel sistema economico attuale non esiste uno stato di equilibrio generale, si vive sempre in una fase di transizione.

L'economia capitalistica, che non ha quale fine lo scambio, né la produzione, ma l'accumulazione, è intrinsecamente contraddittoria.

Nessuno stato del suo ciclo (boom, deflazione, stagnazione, ripresa, crescita) è illimitato, ed ognuno di essi porta con se quelle contraddizioni che tendono a rovesciarlo.

Gli investimenti sono “determinati principalmente dalla natura speculativa delle scelte di portafoglio concernenti il finanziamento e il possesso di attività reali e finanziarie e non dalle caratteristiche tecnologiche del processo produttivo”. (Minsky). Anche se i cambiamenti tecnologici contribuiscono a cambiare la dialettica tra le classi sociali (ad esempio la robotizzazione e l’informatica).

È possibile affermare che non è stato possibile mettere insieme “efficienza economica, giustizia sociale, e libertà individuale” (Keynes) per come operano i meccanismi di mercato.

In questa fase la logica europea dell'austerità a trazione tedesca è permeata dall'idea che l'unica maniera per superare la crisi sia non fare niente e lasciare che nei tempi lunghi il libero mercato riporti tutto all'equilibrio, “sia il tempo a impartire una cura permanente” (Hayek), non si vuole intervenire, si preferisce che il mondo altamente ineguale, fondato su rendita e selvaggio sfruttamento, ereditato dal passato continui la sua corsa; si immagina di poter affrontare le contraddizioni del capitalismo, tenendosi lontani dalla piena e buona occupazione, invece di riconoscere che “per quanto riguarda la stabilità dell'occupazione e la distribuzione del reddito, il sistema capitalistico è intrinsecamente tarato e bisognerebbe imboccare la strada esattamente opposta, sostenendo e aumentando in modo diretto i redditi dei ceti indigenti e costringendo i ricchi ad assumersi certi rischi” (Minsky).

- Lavoro e sfruttamento –

Negli ultimi trenta anni abbiamo assistito ad un enorme spostamento di risorse dal lavoro produttivo alla rendita e ai profitti, alla concentrazione di patrimoni e capitali in pochissime mani, alla crescita esponenziale delle diseguaglianze.

Il progressivo spostamento degli interessi degli investitori dalla produzione materiale ai servizi finanziari ha determinato la frammentazione delle filiere di produzione reale e l'indebolimento delle forze lavoratrici non in linea con questo cambio di disegno (Visalli).

Il mondo del lavoro è stato scientificamente reso più debole, attraverso la flessibilità e la precarietà. L'apparente scopo di combattere la disoccupazione (i dati ISTAT ci dicono che in Italia il tasso di disoccupazione generale è all'11,0% e la disoccupazione giovanile, tra i 15 e i 24 anni, è al 31,7%) attraverso la frammentazione del lavoro pieno e stabile nascondeva e nasconde la strategia controriformatrice portata avanti dalla destra liberista e dalla sinistra governista.

C'è bisogno di un’apocalisse, non nel senso di distruzione, ma di svelamento, così come indica il significato originario della parola. Togliere il velo all'inganno che ha costruito finti nemici per modificare i rapporti di forza esistenti.

Come scrive Marta Fana bisogna in primo luogo ricostruire tutto l'immaginario del lavoro, poi è necessario comprendere e far comprendere che il nemico dei lavoratori poveri non sono le generazioni precedenti, che avrebbero accumulato il debito, ma i meccanismi messi in campo per danneggiare i lavoratori; né i poveri che si affollano verso le poche risorse disponibili, ma chi rende scarse queste risorse.

Nemmeno la tecnologia in quanto tale rappresenta il vero nemico: “non si sta affermando che la robottizzazione dei processi, la gestione e l'indirizzo politico del suo impatto a livello sociale ed economico non siano un tema urgente bensì che la svalutazione del lavoro precede questa trasformazione” (Fana).

Stiamo in un momento storico in cui il significato stesso della parola Lavoro sta cambiando irreversibilmente. La sinistra sembra che stia ignorando il fatto che l’automazione estrema dei processi sia produttivi che del terziario, cancellerà moltissime attività umane.

Lo sfruttamento e la precarietà non sono una caratteristica solo del mondo delle imprese private, l'egemonia neoliberale e i vincoli indotti sulla finanza pubblica hanno portato anche il settore pubblico ad ampliare forme di sfruttamento e precarizzazione massive. Esternalizzando i servizi, spesso con catene di subappalti, si è arrivati, non di rado, ad erorgare poche ore per lavoratore per compensi totali qualificabili come miseri sussidi.

Il degrado del nostro sistema d’istruzione e la relazione tra produttività e sistema generale d’innovazione ed efficienza del Paese, che stanno rendendo il nostro Paese tragicamente subalterno al resto dell'Europa, sono la misura del freno alla crescita che avrebbe dovuto trainare la produttività.

Invece di abituarci alla povertà, bisogna abolire il lavoro povero per riconquistare la ricchezza (i dati ISTAT del 2018 ci dicono che in Italia la povertà assoluta riguarda 5 milioni e 58 mila individui e quella relativa 9 milioni 368 mila individui).

Bisogna rideterminare i rapporti di forza tra lavoratori e impresa, bilanciandoli; e irrobustire, e rendere utili, le scelte strategiche su cosa, come e quanto produrre.

“La frammentazione del lavoro segue la frammentazione dei processi produttivi e per rendere il lavoro di nuovo forte e stabile bisogna, con opportune politiche industriali, ridurre questa frammentazione, riorientare la tecnologia, ridurre gli orari e creare lavoro non orientato al mercato” (Fana).

- Europa al bivio -

Le istituzioni europee hanno dimostrato la loro assoluta incapacità nell'affrontare la crisi finanziaria e di attenuare gli effetti prodotti sulla popolazione.

I motivi di questo disastro non sono contingenti, ma affondano le loro radici nel processo di costruzione dell’Europa e nella sua architettura istituzionale (Billè). La crisi ha messo in luce tutti i limiti di questa architettura ed ha evidenziato molti aspetti critici da affrontare nell'immediato: l'ingovernabilità crescente dei sistemi politici europei, lo smantellamento della cittadinanza sociale, l'aumento delle diseguaglianze, lo scollamento tra i processi decisionali e quelli di discussione e di controllo.

Occorre affrontare, apertamente e senza pregiudizi, una discussione che indichi una possibile svolta. Un confronto che porti ad attivare percorsi per rifondare l'Europa su nuove basi, con un federalismo nuovo, basato sull'innovazione della democrazia nello spazio europeo legato da un principio di uguaglianza tra le nazioni. Un avanzamento della democrazia che travalichi le forme oggi esistenti, estendendo i contenuti e le categorie della cittadinanza a livello transnazionale (Balibar). È necessario invertire il processo di de-democratizzazione in atto costruendo percorsi sovranazionali di resistenza e di contestazione alle attuali politiche dell'autorità europea, rafforzando i movimenti sociali e di protesta, per spingere l'opinione pubblica europea ad una pressante richiesta di inversione delle priorità economiche dell'Unione.

Bisogna allo stesso tempo rafforzare l'integrazione ripristinando il primato della politica sulla finanza (Habermas).

Costruire un'altra Europa significa sconfiggere le politiche neoliberiste, riconvertire quelle economiche e promuovere la solidarietà tra gli Stati e la costruzione di una nuova società.

Le politiche di austerità avviate in Europa hanno aggravato la crisi ed è evidente che la moneta unica, fondata su una struttura rigida, aumenta le asimmetrie, l’Europa si sta drammaticamente dividendo tra Paesi di serie A e Paesi di serie B. Da troppi anni in molti Paesi europei, tra cui l’Italia, si assiste a fenomeni drammatici, come la deindustrializzazione, la disoccupazione di massa, l’aumento del debito pubblico. È urgente trovare una via d’uscita.

Le condizioni che rendono sostenibili l’adozione di una moneta unica sono: la flessibilità dei prezzi e dei salari, mobilità dei fattori di produzione, integrazione delle politiche fiscali e convergenza dei tassi d’inflazione. Questi fattori nell’eurozona attualmente mancano in tutto o in parte. Non c’è un unico mercato del lavoro, i prezzi divergono e le fiscalità sono differenti. Il fiscal compact, che ha peggiorato la situazione, impone all’Italia di tagliare ogni anno per venti anni 45 miliardi circa di spesa pubblica (cioè pensioni, scuola, sanità, enti locali, ecc.) che vanno ad aggiungersi ai circa 80 miliardi da pagare all’anno per gli interessi. In queste condizioni ogni politica di crescita è illusoria, e senza crescita non potremo pagare i debiti. (Grazzini).

È necessario elaborare delle alternative senza scartare nessuna ipotesi prima che l’euro fallisca e ci trascini nel baratro.

Si deve riformare l’eurozona risolvendo i suoi problemi istituzionali, aumentando il budget europeo, rendendola fiscalmente solidale, emettendo eurobond, dando alla BCE la possibilità di comprarli, creando anche un po’ d’inflazione per lo sviluppo, realizzando politiche industriali e infrastrutturali comuni.

Sarebbe necessario mettere in campo azioni politiche volte a formare un fronte comune con i paesi del sud Europa, per abrogare il fiscal compact e rilanciare un nuovo programma politico-economico europeo con massicci investimenti pubblici. Bisognerebbe rilanciare l’internazionalismo dei lavoratori e chiedere di concedere l’aumento degli stipendi e di consumi per aumentare la domanda dei beni d’importazione per riequilibrare gli squilibri commerciali e rilanciare l’economia europea. Si dovrebbe minacciare di uscire dall’euro con gli altri paesi del sud Europa, e di creare una nuova moneta se non venissero, nel breve periodo, attuate le riforme necessarie per uscire dal giogo della crisi, dell’austerity e del debito.

- La seduzione populista –

Avanza l’idea, anche in larga parte della sinistra, che in questa fase non ci siano alternative al populismo e che sia necessario adeguarsi allo spirito del tempo presente. Bisogna, per recuperare gli elettori che hanno votato il M5S, cavalcare la tigre della rivolta dal basso.

Alcuni continuano a sostenere che in larga parte la sconfitta della sinistra (Leu) si stata determinata da errori di comunicazione; dall’arroganza nella composizione delle liste; da una insensibilità politico-culturale; dal rifiuto di dotarsi di un nome e di un simbolo che risultassero più coerenti con l’ambizione di rappresentare la sinistra rimasta nel bosco (Prospero).

Questo è vero, ma lo è solo in parte, e non è la parte più rilevante .

Il fatto è che la sinistra è stata valutata come irrilevante, tutta interna alle logiche del sistema basato sul modello economico neoliberista con le sue conseguenze devastanti per la società e per la democrazia. La sinistra non ha avuto gli occhiali giusti per leggere il presente, il passato e il futuro. Non ha saputo parlare agli italiani, non è stata credibile nei suoi dirigenti, nel suo racconto, nelle sue azioni. È stata di fatto percepita poco credibile, inutile (Galli).

Nella straordinaria condizione di crisi il ceto medio si è impoverito e si sono polarizzate, da un lato una grande massa di persone collocate nel basso della scala sociale, e dall'altro una ristretta minoranza di ricchi che hanno beneficiato della crisi. lo scontento sociale si è dilatato e demagogia e populismo hanno tratto vantaggio, offrendo, a parole, protezione dallo Stato tassatore e dall'Europa dell'austerità.

In questa fase l'incertezza per un futuro carico di rischi e il disorientamento nel presente hanno generato un richiesta pressante di risposte immediate, di aiuto e di riparo dalla mobilità del capitale globale responsabile di aver aggredito la quotidianità e dissolto ogni aspettativa, facendo scivolare gli individui in quel tunnel che impedisce qualsiasi progettualità.

Demagogia e populismo sono stati capaci di costruire un immaginario politico dove hanno trovato cittadinanza “soluzioni prossime” e “speranza per il futuro” ed accoglienza le sofferenze del Paese.

Ma il populismo si colloca sull'argine di confine della democrazia ed è sempre attratto dal limite opposto, quello della dittatura, nel quale rischia costantemente di tracimare.

Nadia Urbinati avverte: “Una polarizzazione radicale e un sovrarafforzamento degli interessi di classe sono le premesse per una più intensa maggioranza che sia la demagogia che il populismo sfruttano per conquistare più potere dentro lo Stato. (…) Materializzando la volontà del popolo, incorporandola in una parte (anche se larga) e concentrando il potere pubblico in un attore sociale specifico e possibilmente omogeneo, il populismo (come la demagogia) cerca di risolvere il 'paradosso' dello 'spazio vuoto' della politica democratica 'determinando chi costituisce il popolo'. Questa è la differenza importante rispetto alla regola democratica della maggioranza, e la ragione per la quale democrazia e demagogia non sono la stessa cosa... (…) Come la storia europea dimostra con puntuale regolarità, la democrazia costituzionale rischia molto se la società diventa più povera e il welfare è messo in discussione.”

Se le destre e i populismi sono l'altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione, se con le loro politiche li alimentano mentre dicono di combatterli, se sono ingannevolmente antitetici ma nella concretezza ne sono alleati sottomessi, allora, ecco delimitato il campo sul quale una nuova sinistra sociale e politica, popolare e radicale deve misurarsi.

- Unire la sinistra sociale e politica -

Ha detto Galli: “Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità. La radicalità dell'analisi...”

La critica di Galli è stringente: “Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Balir, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D'Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell'estabilishment e sulla sua gestione, impegnato -senza esagerare- sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni. (…) La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse). (…) La sinistra, se c’è, deve battere un colpo. Non serve la riproposizione pallida di progetti che erano miopi già quando nacquero. Serve invece capire che cosa si vuole, con chi lo si vuole fare, in che modo. Se non si accetta di essere all’ora zero, la sconfitta definitiva è certa. E se invece lo si accetta, ci si deve attrezzare per una lunga e faticosa attraversata del deserto, che implica che ci si liberi da fardelli inutili e di ceti politici reduci da tutte le sconfitte e da tutti i fraintendimenti. E che si sia seriamente intenzionati a offrire agli italiani buona politica, non chiacchiere. Politica radicale, non palliativi. Credibilità, non menzogne. Azioni, non parole”.

Se è possibile individuare il campo sul quale si gioca la partita ed è possibile individuare lo spazio di riflessione e azione nel quale costruire la controffensiva al neoliberismo, alla globalizzazione, alle destre e ai populismi, è anche necessario individuare il percorso più adatto per la costruzione di una nuova soggettività.

È necessario evitare scorciatoie, bisogna tracciare nuove strade.

Ora non c'è bisogno di qualcosa di stabilito, di deciso, di calato dall'alto. Non un programma. Non una leadership. Ciò che è necessario è una nuova alleanza capace di parlare alla parte sommersa di questo Paese e a quella attratta dalle sirene dei populismi. Oggi è essenziale costruire una rete di flussi di contaminazione tra cittadini, associazioni, comitati e partiti che riconoscono la necessità di collaborare per costruire una proposta radicale per il cambiamento di un sistema che concentra denaro e potere nelle mani di una esigua minoranza e distribuisce povertà e sofferenza ad un numero sempre maggiore di persone. Un sistema che serve a riprodurre una radicale negazione della democrazia e che frammenta la società segregando gli individui in gruppi divisi, ben recintati, a seconda delle condizioni materiali, della formazione culturale e della appartenenza sociale.

È indispensabile costruire luoghi di rappresentazione e spazi di confronto dove la sinistra politica e la sinistra sociale possano costruire piattaforme di resistenza e di lotte comuni dalle quali far emergere una progettualità condivisa e di reale alternativa.

C'è bisogno di metter insieme il sapere degli intellettuali, con la consapevolezza diffusa e accumulata nel tempo da chi abita i luoghi della sofferenza, che attraverso il mutualismo ha saputo costruire aree di rafforzamento del tessuto sociale. C'è bisogno di fare incontrare i lavoratori salariati con quelli precari e gli studenti con i disoccupati. C'è bisogno di ricostruire connessioni tra mondi che il sistema vuole separati. Per questo, il tema delle pratiche è centrale in un percorso nuovo, che deve essere agito fuori e dentro di noi.

Questo è il principale lavoro che bisogna fare. Ricostruire una comunità sociale e politica.

Bisogna saper parlare ai tanti cittadini che hanno rinunciato alla politica. Mettere insieme cucire, riunire, far dialogare tutte quelle esperienze di partecipazione civica, di vertenze sociali, organizzative, per farle confluire, nel tempo, in una nuovo soggetto collettivo.

Sarebbe fallimentare ripercorrere strade che ripropongono di mettere insieme pezzi di gruppi dirigenti che calano dall'alto la costruzione di un soggetto politico che si fonda sulla trasformazione di una lista che ha subito una sonora sconfitta alle ultime elezioni. Tenendo presente, tra l'altro, che uno dei soggetti componenti della lista ha deciso di non aderire al percorso individuato.

Questa è una risposta semplicistica a una situazione complessa.

La nostra società è complessa, ed è proprio la sua complessità che ci induce a trovare risposte articolate e non scontate.

Ha detto Montanari: “In questi ultimi vent'anni la sinistra italiana ha scambiato i fini con i mezzi: il governo è diventato un fine, e ci siamo dimenticati a cosa serviva, governare.

E invece il governo è un mezzo, è uno strumento, per attuare un progetto: e noi oggi vogliamo lavorare al progetto...”.

Noi crediamo che questo assunto sia vero e crediamo che bisogna concentrare molte delle nostre energie sul progetto; inteso come qualcosa che viene gettato in avanti, proiettato, come qualcosa che supera e va oltre l'esistente; come predizione, con la capacità di dire ciò che accadrà ancor prima che accada, o almeno tenti di farlo.

Quindi, progetto allo stesso tempo articolato e complesso, che contenga una visione di futuro, un percorso per realizzarlo, un forma adeguata alla sua articolazione.

La forma partito, almeno per come la conosciamo e per come i gruppi dirigenti, che stanno strutturando Leu ripropongono, non è più sufficiente a rispondere alle mutate condizioni politiche, economiche e sociali in atto.

Noi dobbiamo essere capaci di gestire una lunga fase di transizione tra ciò che non è più, e non è adeguato a trasformare radicalmente l'esistente, e ciò che ancora non è.

Zagrebelsky ha detto: “è necessario la più vasta possibile unione che sorga fuori dai confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertono l'urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”.

Noi diciamo di più: è necessario la più vasta possibile unione tra forze organizzate, persone singole o associate, soggettività sociali e politiche che sia per e con chi è stato spinto nei bassifondi della società dalla globalizzazione, dalla crisi e dalle politiche liberiste.

Bisogna essere con loro senza se e senza ma, e non per e con chi è garantito.

Noi siamo per assumere il punto di vista di chi in quei bassifondi si trova, e da quel punto farci carico di costruire la più larga alleanza per riattivare le lotte e le vertenze necessarie a modificare i rapporti di forza in una società non pacificata.

Se si vuole che un processo come questo parta e cresca tempo dopo tempo ci sarà bisogno di una partecipazione ampia, ma anche nuova, di un altro modo di intendere e di fare politica. Non proiettato sul partitismo, sul leaderismo, sul dirigismo, ma sulla comunità.

Una larga parte di popolo in sofferenza ha detto basta. Non tollera più sterili equilibrismi, vaghezza e autoconservazione di un ceto politico impaurito e disorientato. Chiede di poter contare e decidere sul proprio futuro.

La sinistra, noi in particolar modo, che dovevamo essere i primi ad assumere questo punto di vista, ad opporci a questo tipo di sistema, siamo stati incerti, indecisi, accondiscendenti, anche complici. Non abbiamo avuto una voce chiara, netta, non contraddittoria, una voce capace di farsi carico del dramma di milioni di persone. La recente storia, la nostra sconfitta ci dicono che non può essere più così.

Promotori

Gianfranco Amodeo, Roberto Braibanti, Aldo Cai, Stefania Fanelli, Riccardo Festa, Enza Iasevoli, Stefano Ioffredo, Angelo Lucignano.

Firmatari

Luca Abys

Arcadia Anzano

Adolfo Arenare

Flavia Brescia

Giovanni Brescia

Salvatorte Borriello

Domenico Borriello

Giovanni Bussetti

Giorgia Caiazzo

Luigi Cecere

Luciana Canzanella

Serena Castellano

Gennaro Cavaliere

Antonio Colin

Livia Conti

Giovanno D’Ambrosio

Patrizia Del Core

Teresa De Marco

Antonio Di Francia

Susanna Fratina

Antonio Forente

Sara Gargiulo

Achille Garzillo

Antonio Garzillo

Luca Garzillo

Rosita Gigantino

Alessandra Gavitone

Carmela Illiano

Giovanni Leone

Michelangelo Luongo

Pierfrancesco Luongo

Salvatorandrea Luongo

Davide Maddaluno

Giuseppe Madonna

Benedetta Marchetti

Maurizio Marchetti

Leandro Mazzarella

Daniela Metitiero

Valentina Mometti

Bartolina Munafò

Renato Napolitano

Claudio Pagano

Mariano Papa

Giovanni Picardi

Marco Picardi

Paolo Picardi

Rita Riccio

Imma Romano

Silvio Romano

Lucia Ruggiero

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Giuseppe Sannino

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