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Qua le cose si complicano assai. L'osservato e l'osservatore non sono più separati. Non è definibile il loro confine. Non è possibile teoricamente misurare tutto ciò che voglio con la stessa precisione, anzi posso solo scoprire mezze verità. L'osservatore modifica l'osservato. L'atto della misura determina solo un possibile stato dell'osservato. In altre parole, la mia conoscenza del mondo è intrinsecamente incompleta., sono a me nascoste le reali grandezze che descivono in modo completo il fenomeno che sto osservando. per quanti sforzi faccia, sono inglobato, faccio parte dell'esperimento. Questa consapevolezza innalza il mio livello di coscienza, in mio rapporto col mondo. Non posso chiamarmi fuori, sono coinvolto in una giusta in cui sono contemporaneamente cavia e protagonista.

Nel mio articolo precedente concludevo con questa considerazione, che vorrei approfondire.
Siamo abituati ad essere "realisti" nel senso che osserviamo il mondo fuori di noi, analizziamo e giudichiamo separandolo da noi. Facciamo queste cose ovviamente con i nostri parametri e con gli strumenti che abbiamo. Tendiamo a chiamarci fuori dagli accadimenti, non ne facciamo parte, anzi li viviamo spesso come attentati a noi, al nostro equilibrio esistenziale. Il mondo esiste a prescindere se lo osserviamo, ha le sue leggi e le sue dinamiche, si evolve comunque in modi che gli sono propri. Quale è il problema?
Come ci rapportiamo con quello che c'è fuori di noi. Dipende da come gli accadimenti impattano sul nostro essere e da come interagiamo, anzi da come percepiamo l'interazione. Un possibile discrimine è la quantità e qualità dell'interazione. Se viene reputata non dirompente e dinamicamente assorbita e tale da determinare una rostra resilienza, adattabilità, continuiamo a vivere in un relativo equilibrio che, oltretutto, non altera il nostro realismo. Continuiamo cioè nel nostro stile, nelle nostre abitudini, anzi tendiamo a rafforzare le nostre convinzioni, aumenta la nostra autostima.

Ma stiamo trascurando, direi tragicamente una serie di fatti.

Il nostro mondo ormai è globalizzato. Siamo arrivati ad una fase storica, politica, economica, tecnologica ed ecologica in cui tutti questi aspetti sono interconnessi. I confini, semmai siano esistiti, crollano. Il mondo è piccolo, paradossalmente. La globalizzazione, tra tutti gli effetti che qui non discuto, ne ha uno che secondo me è quello più importante, che determina un modo nuovo di vedere, anzi stare, nel mondo. Non siamo più fuori da nulla. Non è solo il percepire, avvertire, ma lo stare, l'esserci. Osservare in modo realistico, chiamandoci fuori da ciò che percepiamo esterno a noi, è impossibile. Facciamo parte del "laboratorio". L'osservato e l'osservatore coincidono. Chiamerei questa cosa "Ontologia realistica quantistica". Mi spiego.
La meccanica quantistica è quella scienza che non distingue bene tta chi fa la misura e chi è misurato. Questo porta a rendere impossibile la completa analisi del mondo. Non voglio fare un trattato completo, non ne sarei capace. Il bello è che, pur essendo assurda in molti aspetti, funziona. Il Cern ne è la prova, l'elettronica, la chimica e la bomba atomica anche. Ha il difetto, ora come ora, di non essere realista. Presuppone cose strane: energia che sembra crearsi dal nulla, fenomeni che viaggiano a velocità infinita, tutte cose acclarate.

Io che giudico sono giudicato. Quello che faccio modifica il mondo che modifica me. Se sottovaluto questa cosa sto negando la realtà. Ed il problema, non risolto, è che tutto questo accade realmente. Siamo in presenza di una contraddizione epocale, che porterà ad un nuovo modello scientifico del mondo. Non solo, ci porterà a consideraci componente del mondo in modo intrinseco,  non più soggettivamente, ma oggettivamente . 

La mancata comprensione di questo fenomeno, che chiamerei realismo banale, spiega molte cose. Ad esempio perchè, dal punto di vista politico, c'è la crisi di quelle ideologie o correnti di pensiero storicamente progressiste. Esse sono veicolate da persone, da noi, ma la tendenza di porci ad di fuori del mondo che cerchiamo di cambiare ci ha portato a starne fuori, ad essere rigettati e respinti. Non ci siamo accorti, o spesso non abbiamo volutamente farlo, di essere come quello che c'è fuori. Da qui la credibilità, la fiducia, l'autorevolezza che sono cessate.

To be contiued...

 

 

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mela tape

Discorrendo con un mio amico, riflettevamo sul fenomeno dei tamponi. Osservavo che, se in quel momento l'avessero fatto a noi, probabilmente saremmo stati positivi. O forse no. 
La storia dell'uomo, la sua evoluzione intesa come conoscenza del mondo in cui l'uomo vive ed agisce, è correlata con l'evoluzione dei metodi che ci siamo dati per conoscere il nostro mondo. Tanto più questi metodi sono conosciuti, diffusi e condivisi, tanto più avanza la nostra civiltà e migliora il nostro equilibrio con l'ambiente circostante, il palcoscenico su cui agiamo. Non è un caso che la parola misura sia ambivalente: misura come atto di determinare quanto vale una grandezza (fisica, sociale, politica, biologica) sia nel senso di participio passato, essere misurati, cioè non esser presi da isterismi o facili entusiasmi.

Misurare significa paragonare qualcosa con qualcosaltro di cui abbiamo dimestichezza e fiducia, condivisione e fiducia nella sua immutabilità. In ambito classico, newtoniano, significa avere un luogo, un "laboratorio", in cui poniamo le cose e le mettiamo in relazione con uno strumento che ne determini qualche caratteristica che reputiamo fondamentale per la sua (delle cose) comprensione. Per misurare una velocità, ad esempio, ho bisogno di un orologio e di un metro, cioè di attrezzi per misurare il tempo e lo spazio percorso. Due osservazioni importanti: la prima è che tutti sono d'accordo sul tempo e sullo spazio, la seconda è che devo usare la matematica per correlare gli strumenti che uso. Se i misuratori cioè hanno la stessa concezione di cosa sono i secondi, i metri e come usare la matematica, siamo a cavallo. le misure saranno ritenute corrette e condivisibili. Ma c'è un altro aspetto sottile, sottinteso. Che ci sia separazione tra chi fa la misura e l'oggetto e che la misura non altera in alcun modo l'oggetto. Questo, pomposamente, chiamiamo il paradigma newtoniano.

Da questo punto di vista, i recenti fenomeni legati al coronavirus ci insegnano molto, e, in questa fase, direi troppo, nel senso che non siamo pronti per reggere l'urto di tale massiccia dose di misure.pur doverosa. Stiamo scoprendo che una campagna molto estesa di tamponi scopre sempre nuovi contagiati, mentre prima era solo una influenza stagionale, lieve o grave non importa. Ne misuriamo estensione, velocità di contagio, mortalità, guarigioni per fascie geografiche, di età e quant'altro. ne misuriamo anche l'impatto sull'economia, sulle abitudini, sull'ambiente e tutto ciò, disvelando scientificamente questo fenomeno, ci sgomenta, avendo vissuto fino ad ora, fondamentalmente, in modo qualitativo. I numeri fanno paura perchè mostrano la nostra ignoranza, ci fanno svegliare da un luogo di sogni ed illusioni. Pongono un discrimine, dei limiti alla nosta pretesa onnipotenza. E svelano anche cause e possibili rimedi, su cui non voglio soffermarmi.

Gli "ismi" sono sempre sinonimo di mancanza di informazione scientifica. Questa desinenza esprime l'atteggiamento irrazionale verso un fenomeno. Ad esempio allarme ed allarmismo. L'allarme è il sano attegiamento verso un qualcosa di temuto ma misurato ed analizzato, l'allarmismo è usare l'ignoranza, la paura dello sconosciuto per altri fini, come dominio, sottomissione, repressione. L'allarmismo genera isterismo. L'allarme genera forza e consapevolezza.

Ora, non vorrei che la conoscenza newtoniana di questo fenomeno, e qui, perdonatemi, me ve vado per la tangente, stesse facendo un salto di qualità, passando dalla misura classica a quella quantistica.

Qua le cose si complicano assai. L'osservato e l'osservatore non sono più separati. Non è definibile il loro confine. Non è possibile teoricamente misurare tutto ciò che voglio con la stessa precisione, anzi posso solo scoprire mezze verità. L'osservatore modifica l'osservato. L'atto della misura determina solo un possibile stato dell'osservato. In altre parole, la mia conoscenza del mondo è intrinsecamente incompleta., sono a me nascoste le reali grandezze che descivono in modo completo il fenomeno che sto osservando. per quanti sforzi faccia, sono inglobato, faccio parte dell'esperimento. Questa consapevolezza innalza il mio livello di coscienza, in mio rapporto col mondo. Non posso chiamarmi fuori, sono coinvolto in una giusta in cui sono contemporaneamente cavia e protagonista.

To be continued.

 

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ambigua immagine

Cari Compagni, senza asterischi,chiocciole o perifrasi, volglio parlarvi di ambiguità,credibilità,senso comune e sentimenti. Lungi da me qualunque dotta analisi di fase, di dotte citazioni o di riferimenti a questo e a quello. Parlo di me. Sono il primo che ha fatto della sua vita un palcoscenico in cui potevo sfoggiare la mia ambiguità, spesso spacciata per altro,  forse a causa della mia capacità dialettica o della superficialità degli interlocutori. Talvolta però era ben compresa, ma lasciavo perdere per motivi statistici. Gli abitanti del pianeta sono tanti. 

L'ambiguità è una caratteristica tipica del linguaggio umano ed è un fenomeno molto complesso. Partendo dalla scrittura, essa è intrinsecamente ambigua. ogni cosa che scriviamo può essere intesa in modi differenti ed è per questo che abbiamo disperatamente cercato mezzi per ridurne o addirittura azzerarne le sue imprecisioni. Abbiamo inventato linguaggi formali, la logica, abbiamo fatto congressi di matematica, i matematici sono impazziti per questo, sancendo l'impossibilità teorica di essere non ambigui. Poi c'è la rappresentazione orale della comunicazione, in cui oltre alle parole dette, che ricadono grosso modo nel caso precedente, c'è il linguaggio del corpo che arrichisce il contenuto del messaggio. Ciò che si sta dicendo è un tuttuno col modo in cui lo si sta dicendo. L'ascoltatore ne fa, consciamente o meno, una sintesi, un "integrale". Qui è necessario fare una distinzione: se conosciamo o meno l'interlocutore. Ma anche il conoscere non è oggettivo, dipende da come l'ascoltatore ha realizzato la sua gabbia mentale di parametri conoscitivi. Faccio un esempio partendo dai miei interessi. Ascoltare una conferenza di un fisico famoso. Se non lo conosci, vedrai spesso una persona trasandata, con i sandali ed una maglietta non stirata dire cose complicate con un'aria ultra shick. Perserai che quello che dice non necessita di giacca e cravatta, dato che l'eleganza sta in quello che dice che corrisponde a quello che fa. Ecco, lui le cose che dice le ha fatte ed usa un linguaggio adatto, mutuato dalla logica matematica. E' credibile in senso stretto ma non è scevro da ambiguità, cerca solo di minimizzarla o di renderla esplicità. E', insomma onesto. Vedi in lui un uomo che non cerca di fotterti, in quanto il fotterti sarebbe controproducente anche per lui. Con i politici il discorso cambia. Quello che dicono, scrivono o fanno fa parte di un continuum spazio temporale. Sono punti di un tracciato. La loro credibilità sta nell'integrale generale che somma, riassume la loro storia nel tempo. Non basta aver detto l'ultima cosa giusta. Per noi che ascoltiamo ora un politico non ha senso dire ha ragione o torto ora, o meglio, dirlo vuol dire usare strumenti non politici, usare il sentimento o "la pancia". Se non si ha conoscenza del politico in questione, o, che è lo stesso, non si ha memoria sel suo integrale, la sommatoria dei giudizi di pancia porta a comportamenti irrazionali, storicamenti prodromi di avventure reazionarie e fasciste. 

I recenti fatti come il successo delle sardine o il voto inglese sono, secondo me, sintomi dell'ambiguità. La politica italiana, ma in realtà la politica mondiale, sta vivendo una crisi semantica, di significati. Per troppo tempo ha detto cose pensandone altre, rappresentata da persone plasticamente non credibili in quando ambiguamente non credibili. Nel migliore dei casi, ma che dico, nel peggiore dei casi si finge di credergli in quanto è l'interlocutore che ha interesse a farlo, essendo esso stesso ambiguo. Il fenomeno del salvinismo è questo ma, per un osservatore attento appare per quello che è: un mentitore seriale che conosce i suoi clienti e si presenta per quello che è. Ma sono, paradossalmente, gli altri che mi inquietano di più.

Sono quelli che si sono sempre professati progressisti, antifascisti, insomma di sinistra. Sono quelli del tutt*, del compagni e compagne, sempre educati, attenti a non offendere. Sono quelli che fanno lunghi post, lunghi discorsi in cui cercano di dimostrarti quanto poco abbiamo capito del presente, ma con educazione. Li vedi sempre li, sempre capaci di sopravvivere a tutt*, a cui non importa minimamente di essere importanti. Per loro è essenziale essere visibili, in qualsiasi modo, e lo fanno sfruttando al massimo la loro ambiguità. Non affrontano mai argomenti divisivi ma fanno surf usando la dialettica e la retorica. Si guardano bene dall'affrontare le radici profonde delle esposive condizioni reali del nostro presente, che li porterebbe alla loro estinzione. Sopravvivenza, pura sopravvivenza. Che è mascherata da cosmopolitismo, diritti civili, navi da difendere. Questo istinto primordiale, prepolitico, ancestrale, viene percepito da tutti gli umani, senzienti o meno, acculturati o meno. E sono odiati. ma a loro non interessa, riuscendo a garantirsi sempre uno zoccolo duro di seguaci che diventano complici consapevoli. Ci chiediamo perchè noi portatori del Credo, della Verità siamo insignificanti? Perchè, qualunque cosa diciamo e facciamo è senza significato, valore e credibilità o meglio, sono vere per chi sta bene. Il bello è che lo sappiamo, ma non ce ne fotte proprio nulla.

Deve crollare la nostra scena, il nostro fondale, in nostro teatro.

 

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sardine 2

Perché il movimento delle sardine ha ragione di esistere.

" le masse dicono allo spazio come deformarsi, lo spazio dice alle masse come muoversi" e, dico io, in una giostra incessante. Questo è, in sintesi, l'essenza della relatività generale. Una implicazione immediata è  che non esiste differenza tra chi sta davanti e chi sta dietro, tra chi sta sul palcoscenico e chi dietro le quinte . Gli attori dell'esistenza non recitano su un fondale dato, perché, semplicemente, il fondale interagisce con la recita, ne è parte integrante. Se gli attori recitano supponendo che il fondale sia fisso ed immutabile, sarà una commedia brutta e, fondamentalmente assurda. Come assurdo è non coinvolgere gli spettatori, organicamente facenti parte della rappresentazione.

Pensavo a questo, arrovellandomi su questo nuovo movimento che solleva dubbi, spiazzamenti e critiche più o meno forti da parte di molti . Molti che si richiamano a valori di ogni direzione, destra, centro e sinistra. Questi ultimi sono molto interessanti, in quanto vertono sulla presunta totale mancanza, delle sardine, di piattaforma politica. Criticano il loro decalogo privo dell'abc dl marxismo-leninismo, del loro trasversalismo qualunquista, del fantasma consunto del meme ' né di destra, né di sinistra'.

Ma trascurano un fatto, che citavo all'inizio. Il palcoscenico. Stiamo recitando su un fondale progettato da altri, distonico ,in cui gli attori, bravi quanto si vuole, con un copione ben fatto, alla fine non riescono a raggiungere il pubblico, che guarda la commedia distratto e poi annoiato. E, che, prima della fine dello show, lascia il teatro. Questa mi sembra una buona metafora, per me, per noi che ci sentiamo di sinistra. Ecco, sentirsi. Abbiamo trascurato il collegamento tra sentimento e realtà. La nostra recita si svolge su un palcoscenico dato, dato da chi ha vinto finora la sfida, quelli dell'altra sponda. Recitiamo stancamente per noi stessi, per un teatro vuoto, i cui spettatori scappati via non hanno più empatia per questi guitti senza passione.  Il deserto dei sentimenti. Esso fa perdere la passione, l'immedesimazione, il rispetto, in una parola la credibilità. Facce stanche e livorose, cariche però di saccente presunzione, portatrici di una verità solo recitata ed anche male.

Tale patologia, perché di patologia si tratta, viene da molto lontano, risalendo alla nostra storia, storia dell' Italia, dove non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo con i nostri demoni personali e collettivi, sempre seppelliti in una discarica di buon senso e vivi e lascia vivere. Ci è bastato fare slalom tra ciò che il palcoscenico ci offriva e, forti della nostra preparazione, duttilità e cazzimma, ci siamo posizionati cercando di minimizzare la nostra angoscia.

Le sardine vogliono rompere questa staticità. Ci stanno dicendo che è indispensabile distruggere non solo il palcoscenico, ma anche il teatro.

 

 

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pianeta terra

 

 1. la crisi delle visioni del mondo.

Inutile, forse, ripetere che il pensiero di sinistra, ha avuto negli ultimi 50 anni una profonda crisi di identità. Specialmente dopo il crollo dei socialismi reali, in cui oggettivamente si copiavano anche maldestramente,modelli produttivi capitalistici, ma senza il senso di libertà e con l'accerchiamento politico che li strozzava. Specialmente dopo l'esplosione anche tecnologica della globalizzazione, che ha reso planetari i problemi di eguaglianza, qualità della vita e dei diritti individuali. La sinistra, cioè, deve porsi il grande problema che la sua visione del mondo non è solo locale,ma ancorata a problemi planetari, in cui sono intimamente connessi problemi antropici e problemi ambientali. Il lavoro, cardine e mantra del marxismo, deve essere riconfigurato tenendo presente che potrebbe ormai essere un pericolo per l'umanità, non la sua salvezza. naturalmente parlo del lavoro nella sua accezione standard, ottocentesca, fare qualcosa, farlo per qualcuno, partendo dalle materie prime a cui si dà valore di mercato. Ed è del tutto vero che il dibattito ecologico sia stato fatto proprio da movimenti apolitici, non poteva essere diverso, non essendo la sinistra capace di levarsi gli scheletri dall'armadio.

2. Socialdemocrazia.

Legato al punto 1. L'incapacità di analisi scientifica e forse anche il coraggio di osare, hanno portato la sinistra ad abbracciare politicamente, economicamente ed anche eticamente il sistema di mercato liberista e capitalista, nella speranza, che si è rivelata pia illusione, che si postesse mitigare, addolcire, moderare la spinta intrinsecamente distruttiva che il capitalismo ha in sè. Che è ormai distruzione non solo dell'uomo, ma del pianeta intero. Ma c'è da dire, oggettivamente, che le spinte antropiche, la presenza sulla terra dell'homo sapiens, sono esse stesse prepolitiche: è la presenza nostra che intrinsecamente impatta sulla natura che ci ospita e che ci fa vivere. Questo è il problema dei problemi, che forse e dico forse, è stata una delle cause inconsce dell'abbandono di una visione rigidamente ortodossa. In ogni caso, la pretesa che si possa cambiare l'accumulazione capitalistica è stata ed è la tragedia dei nostri tempi.

3. Il lavoro.

Come ho detto talvolta in altre sedi, il lavoro è la parola da cambiare. Le parole sono azioni. Molto meglio parlare di qualità dell'esistenza. La faccio breve. ormai il meccanismo lavoro qualunque sia, stipendio, casa, automobile, famiglia, vita decente sono incompatibili con la nostra sopravvivenza.E' uno schema impattante sul mondo intero. Oltretutto di lavoro tradizionale ce ne sarà sempre meno, sostituito da macchine automatiche e da intelligenze artificiali. Il redditto o meglio le condizioni per l'esitenza, dovrà trovare altri e migliori canali a grande valore aggiunto e scarso consumo di risorse naturali. Il caso limite sarà che poichè si esiste, si dovrà vivere nel miglior modo possibile, sentendosi parte del tutto. insomma, come preconizzava Marx, pensare al plusvalore relativo. 

4. Greta

Trovo antipatico che adesso sia coccolata dalle stesse persone che ci stanno distruggendo, cercando di trasformare un movimento sacrosanto in qualcosa di folkroristico o shic. E' vero però che nel movimento siano presenti in nuce visioni politiche anticapitalistiche, che dovranno, spero, radicarsi e diventare centrali, ma senza imposizioni o mosche cocchiere. L'aspetto positivo è che è un movimento globale e giovane.E solo una visione ed una grandezza globale potranno salvarci.

 

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